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Quel DdL che non dà spazio ai lavoratori

Il disegno di legge del governo non dà più poteri ai rappresentanti dei lavoratori, nonostante le insistenze di Rls, Fiom e Prc. Confindustria: la metà dei morti avviene sulle strade. Anmil: macroscopico scaricabarile. Un disegno di legge che fa acqua da tutte le parti, e non assicura la sicurezza dei lavoratori: in primo luogo perché non aumenta di un centimetro le possibilità per gli Rls - i rappresentanti alla sicurezza (Rls) - di incidere realmente sulla progettazione e il controllo dell'intero sistema, lasciando loro l'attuale ruolo poco più che formale.

E dire che durante la «kermesse» governativa di Napoli, il mese scorso, un comitato autorganizzato degli Rls - tra loro spiccano i ferrovieri - aveva chiesto la parola e l'aveva ottenuta a fatica per esporre la propria piattaforma. Le critiche sono venute anche dalla Fiom e da Rifondazione comunista, ma il ministero del lavoro ha tenuto duro, non ha recepito nulla di quanto contestato, e venerdì scorso il testo del disegno di legge delega è passato al consiglio dei ministri. Il ministro Paolo Ferrero ha subito dopo diffuso una nota in cui rimanda le correzioni alla discussione parlamentare, facendo capire che il Prc non intende mollare. Secondo Ferrero il testo dovrebbe «introdurre nel corpo normativo sia nazionale che regionale elementi di rigidità piuttosto che incentivi; collocare i costi della sicurezza sui costi generali della produzione, anziché sul lavoro; ricostruire il rapporto tra lavoro e impresa, attraverso una rigorosa responsabilizzazione del soggetto titolare della produzione; infine rafforzare il ruolo, l'autonomia e la rappresentatività di tutte le lavoratrici e i lavoratori a partire dai Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza». Gli stessi concetti sono ribaditi da Maurizio Zipponi, responsabile Lavoro del Prc, secondo il quale «il disegno di legge è inadeguato». «Emerge un dato gravissimo - spiega: la cancellazione del ruolo e del potere di intervento degli Rls, ai quali non viene riservato nemmeno un riferimento, dopo che, seppure non invitati, avevano chiesto con determinazione alla conferenza di Napoli un rafforzamento della propria funzione». Ieri è arrivata un'altra critica al testo, ma questa volta non da sinistra: secondo Giorgio Usai della Confindustria, che ha riferito alla Commissione d'inchiesta sulle morti bianche in Senato, il testo del governo «è immotivatamente penalizzante per le imprese, senza tuttavia prevedere più tutele per i lavoratori». In particolare, Confindustria pone l'accento sulle nuove sanzioni sia penali che amministrative contenute nel testo, una posizione di critica condivisa anche dalle imprese aderenti a Confagricoltura. Ma subito dopo il responsabile relazioni industriali della Confindustria ha ripreso una posizione che aveva già raggelato, sempre il mese scorso, l'uditorio dei lavoratori in occasione dell'assemblea nazionale sulla sicurezza organizzata dà Cgil, Cisl e Uil al Brancaccio di Roma: la tesi è che oltre la metà degli infortuni sul lavoro avviene sulla strada, mentre i lavoratori si spostano, e che dunque le imprese non avrebbero capacità d'intervento nella maggior parte dei casi. I dati sugli infortuni mortali sono gravi - ha spiegato Usai ai senatori riuniti in commissione - ma il 52% sono infortuni in itinere, cioè che avvengono sulla strada, e il datore di lavoro non ha la capacità di intervento». Bisognerà capire dove questi dati siano stati reperiti, perché per il momento risultano essere in mano solo alla Confindustria. Replica il presidente Piero Mercandelli: «L'affermazione di Confindustria, secondo cui le morti bianche sarebbero da attribuire per il 52% a infortuni in itinere o più in generale a incidenti stradali, sembrano una sparata macroscopica a sostegno della tesi della irresponsabilità dei datori di lavoro. Mi sembra assurdo pensare che i morti nell'autotrasporto non debbano essere considerati vittime del lavoro solo perché hanno la sfortuna di morire sulla strada, il che dovrebbe poi, per di più, farci pensare che gli orari e i ritmi imposti dai proprietari e dagli azionisti delle imprese da cui dipendono, nulla abbiano a che vedere con le cause della loro morte. Idem per gli infortuni in itinere. Gli orari di lavoro, la stanchezza per i fumi massacranti e prolungati, sono causa scatenante di molti infortuni mortali nel tragitto da casa al lavoro e viceversa, benché essi non superino comunque nelle statistiche Inail la quota del 22% di cui il 12% sul percorso di ritorno dal lavoro».
(Antonio Sciotto, Roma - il manifesto, 21 febbraio 2007)

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