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Ferrovie il risanamento vien tagliando

di Alessandra Valentini
Il ministro Padoa-Schioppa lo aveva annunciato il 28 marzo scorso, la cura per le ferrovie italiane doveva essere questa: aumento delle tariffe e l’introduzione del “macchinista unico”. È evidente che aumentando un po’ i biglietti e dimezzando il numero dei macchinisti qualche risanamento economico ci dovrà pur essere per le nostre ferrovie, divenute Spa dal 1985.

Gli attuali vertici, capeggiati dal duo Cipolletta-Moretti, confortati dalle anticipazioni di Padoa-Schioppa, venerdì 4 maggio hanno presentato al governo il tanto atteso Piano industriale 2007-2011 delle ferrovie, ricevendo un primo ok. Cosa dice il piano? Riduzione di 10.000 lavoratori e aumento delle tariffe, però si parla anche di investimenti, infatti, verranno acquistati ben 1000 nuovi treni. Per Moretti e company questi sono i numeri del risanamento. Ma vediamo dove si andrà ad aumentare e dove a sottrarre. Gli aumenti tariffari più consistenti riguarderanno le tratte più remunerative, che vedranno aumenti fino al 35%, per il trasporto locale i rincari dovrebbero attestarsi intorno al 20%. I tagli naturalmente riguardano i ferrovieri: nel solo settore merci il piano prevede la chiusura di 300 impianti e il licenziamento di circa 5000 lavoratori. Poi, portando da due ad un solo macchinista l’equipaggio di macchina, si arriva al “traguardo” delle 10.000 persone da mandare a casa o, comunque, da far uscire senza prevederne la sostituzione. Una ricetta ineccepibile ai fini del risanamento delle casse ferroviarie, prosciugate da anni di gestioni sciagurate, una formula già prospettata da Cimoli e Catania con passati governi. Ma qualche obiezione a questo Piano sorge spontanea e riguarda più di un aspetto. L’aumento delle tariffe, per una quota compresa tra il 10% e il 35%, risulta veramente stonato se pensiamo al servizio offerto oggi ai viaggiatori da Trenitalia e RFI in termini di pulizia, efficienza e puntualità. Per difendere simili ingiustificati aumenti si portano ad esempio le tariffe europee, ed allora sarebbe utile vedere cosa accade veramente in Europa e in Italia: se nel nostro paese abbiamo le tariffe più basse d’Europa abbiamo anche la “maglia nera” per quanto riguarda i salari. Quelli italiani sono i più bassi d’Europa, evidentemente le tariffe di treni ed autobus erano ad essi proporzionali. Sul fronte dei tagli al personale si incrociano almeno tre motivi di contrarietà a simile scelta: la prima è ovviamente la difesa dell’occupazione; la seconda – strettamente collegata alla prima – è il mantenimento di un adeguato standard di sicurezza per chi lavora e per chi viaggia sui treni; la terza, se pensiamo al settore merci, riguarda le scelte strategiche e di sviluppo eco-sostenibile del nostro Paese. Ridurre il personale e soprattutto agire sul versante dei macchinisti significa introdurre alla guida di tutti i treni e su tutte le tratte un solo macchinista al posto dei due che i nostri treni potevano vantare. In realtà un solo macchinista, affiancato dal capotreno, è stato già introdotto da RFI nel 2002, ma solo su alcuni treni. Oggi Mauro Moretti vorrebbe introdurre universalmente il “macchinista solo”, magari costringendolo ad usare il pedale a “uomo morto”, meccanismo che fu applicato dalle ferrovie nel 1939, ma, allora come oggi, trovò la ferma opposizioni dei macchinisti e le Fs furono costrette a rinunciarvi. L’infernale pedale, o pulsante, da pigiare ogni 30 o 55 secondi ha ben poco di tecnologico e non rende i nostri treni più sicuri, come ha dimostrato la tragedia di Crevalcore. Anche per il macchinista solo si porta ad esempio l’Europa. Ancora una volta il paragone è azzardato, in primo luogo perché la nostra rete non è adeguata tecnologicamente in tal senso; in secondo luogo perché fino a qualche anno fa l’Italia poteva vantare la ferrovia più sicura d’Europa, con meno morti e meno incidenti, proprio perché garantiva su tutti i treni un equipaggio di guida formato da due macchinisti, unica e provata garanzia di sicurezza assoluta e non relativa. Con i cambiamenti in atto la sicurezza di viaggiatori e lavoratori viene sacrificata in nome del guadagno e dell’economicità, su un settore come quello ferroviario che rappresenta un servizio pubblico essenziale e strategico per il paese. Ma è evidente, quanto aberrante, che secondo una certa logica si può mettere in conto una media di due incidenti l’anno (dal bilancio più o meno catastrofico) in cambio di un abbattimento del 50% dei costi. A tutte queste motivazioni, per il settore merci si aggiunge anche un altro importante motivo di contrarietà. Non ci si è raccontato per anni che bisognava favorire il trasporto merci su ferro anziché su gomme, poiché il primo è più “pulito” e sicuro? Per fare tutto ciò non sembra sia utile chiudere almeno 300 impianti e ridurre di 5000 unità gli addetti.
Insomma Cipolletta e Moretti risanano con il metodo più antico del mondo: tagli al personale, tagli alla sicurezza, aumento delle tariffe. In tutta questa tragedia del piano industriale la nota positiva - forse per indorare la pillola al governo - sarebbe l’acquisto di 1000 treni in più. Un vero specchietto per le allodole, i pendolari, dimenticati da tutti, e che “pendolano” in condizioni pietose, ora divengono il settore su cui puntare. Oltre all’inganno la beffa, come hanno dichiarato i ferrovieri dell’Assemblea Nazionale: chi guiderà 1000 nuovi treni se si eliminano 6000 macchinisti? Non resta da augurasi che i ferrovieri ed i macchinisti si facciano carico, come è già successo, di difendere i diritti e la sicurezza dei lavoratori e viaggiatori. Perché, care ferrovie, il treno – parafrasando Brecht - ha un difetto, ha bisogno dell’uomo per essere guidato e l'uomo può pensare.

 

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