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Salvare le ferrovie: stop alle privatizzazioni

L'Assemblea nazionale discute del prossimo sciopero: in ballo sicurezza per tutti, contratto, diritti.
13 marzo 2006 - Un'assemblea di lavoratori che dà lezioni di economia politica. Sono ferrovieri, gente che - come spiega il prof. Vezio Ruggeri - «ha una professionalità altissima e altrettanta consapevolezza». A un anno dalla sua costituzione, l'Assemblea nazionale - che riunisce delegati rsu e rls iscritti a quasi tutte le sigle sindacali presenti in Fs - è un caso ormai rilevante di «democrazia sostanziale».

Indice scioperi che riescono perfettamente, fa riassumere cinque macchinisti licenziati in due anni, convince il parlamento a pressare un'azienda ancora formalmente di proprietà statale, ma di mentalità privatistica.Non è in discussione la partecipazione al prossimo sciopero dichiarato da sei organizzazioni (Cgil, Cisl, Uil, Orsa, Fast, Ugl); semmai c'è la pretesa che «non sia uno sterile rituale distante anni luce dai concreti bisogni e dalle idee dei ferrovieri che esse continuano a rappresentare». Legge la relazione introduttiva un delegato iscritto alla Filt-Cgil, lo stesso sindacato da cui proviene - era segretario nazionale - l'attuale amministratore delegato del gruppo Fs, Mauro Moretti. Già questo dà il senso della confusione di ruoli che si è creata in questa azienda.
Il tema in discussione sono perciò le «liberalizzazioni» e le «privatizzazioni» dei servizi pubblici. Illustra la situazione Cinzia Arruzza, curatrice della ricerca (Fp Cgil) pubblicata come «15 anni dopo: pubblico è meglio». La domanda di partenza è semplice: davvero le «privatizzazioni» ci regalano - come promesso dagli editorialisti mainstream - servizi migliori? Stabilito che l'Italia, nel primo governo di centrosinistra ('96-2001) ha stabilito «il record europeo nelle privatizzazioni», la risposta fornita dalla verifica empirica è più che deludente. Intanto: i soldi incassati con la vendita - 82,5 miliardi di euro - sono finiti nel fondo per la riduzione del debito pubblico (lavoratori e utenti, quelli che hanno messo i soldi per la costituzione di quelle imprese, non hanno avuto nulla indietro).
Nessun reinvestimento. In pratica, un processo di distruzione economica e industriale senza precedenti, aggravato poi dal quinquennio berlusconiano (le «cartolarizzazioni» gridano vendetta), basato unicamente su una fede incrollabile - e profondamente «ideologica» - nelle virtù salvifiche dell'impresa e del mercato. Si potrebbe infierire sulla gestione di Telecom nell'era Colaninno-Tronchetti Provera, ma si perderebbe tempo. Urge infatti una battaglia tutta attuale sui servizi pubblici, per cui attualmente esistono tre sole possibilità: l'affidamento tramite concorso, l'affidamento a società mista (privatizzata al 40% almeno) oppure «in house» (a società con capitale pubblico, ma di diritto privato; con obbligo di perseguire «il profitto», insomma). Ed ecco l'implacabile ministra Lanzillotta, con il suo decreto che mira a cancellare - guarda un po' - proprio quest'ultima possibilità vagamente «pubblica». Eppure tutte - tutte-le privatizzazioni hanno prodotto: processi decisionali e gestionali assolutamente non trasparenti (impossibile avere informazioni dirette), esternalizzazioni nel 70% dei casi, calo dell'occupazione e della qualità dei servizi, aumento del precariato, minore sicurezza. Al punto da far chiedere: a chi servono queste liberalizzazioni? Certo non ai «clienti», come continuano a dire i propagandisti.
Perché non accada, ancora di più, in ferrovia, questi lavoratori portano la loro esperienza diretta - la moltiplicazione degli incidenti e la manutenzione subappaltata - a sostegno di quanti si battono per la difesa dei «beni comuni». Che non si riducono alla sola acqua.
(Francesco Piccioni - il manifesto, 14 marzo 2007)

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